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Home Attualità Italia, paese in crisi e povero. Crisi e globalizzazione cavalcate da opportunisti

Italia, paese in crisi e povero. Crisi e globalizzazione cavalcate da opportunisti

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Anche se i dati certi ci saranno a Marzo, indiscrezioni riferiscono che in Italia siamo scesi a 56 milioni di abitanti, una bella differenza contro i 61 che ci aspettavamo. D'altra parte le nascite sono visibilmente diminuite e - se non fosse per gli  stranieri immigrati nel nostro Paese - saremmo poco più di 45 milioni.

Stranieri che fanno il loro lavoro. Pochissimi sono disoccupati perché si adattano a differenza dei nostri giovani che aspettano il lavoro dei sogni. Perché ancora sostenuti dai risparmi che - negli anni buoni - le famiglie hanno saputo mettere da parte. Anche se ora i soldi che si possono mettere via sono davvero pochi. Ma occorre risparmiare perché il futuro riserva sempre qualche imprevisto.

La crisi conseguente alla globalizzazione e soprattutto alla fuga di capitali, di lavoro e di cervelli all'estero ha connotato l'attuale Italia come un Paese in via di impoverimento in quanto più di 8 milioni di persone hanno un reddito annuo inferiore ai 10 mila Euro. E ce ne sono quasi 3 milioni che non prendono neppure 500 Euro al mese. La forza la fa sempre la famiglia che, tradizionale o allargata a zii anziani, che sia, riesce ancora a produrre un certo reddito. Tant'è che lo Stato coglie profitto anche da questo (come se vivere in cinque o sei persone in una casa di 70 metri quadrati fosse comodo) chiedendo il pagamento dei famigerati ticket in base al reddito del nucleo familiare. Cosa che fa veramente schifo. Perché i giovani ce la fanno a malapena a star dentro ai bassi stipendi che percepiscono e non possono, ora come ora, alimentare alcun sogno e men che meno partecipare alle spese di casa, salvo qualche obbligata eccezione.

Gli imprenditori seri, quelli che facevano il mestiere per passione e per procurare lavoro ad altri sono spariti. Se ce n'è qualcuno di tanto in tanto si suicida. Sono rimasti quelli cinici che fanno quadrare i conti senza alcuna fatica, licenziando con la stessa facilità con la quale si prende un caffè. E meno male che sono rimasti loro perché altrimenti il lavoro sarebbe del tutto sparito. C'è infatti la moda di portare le aziende all'estero (Fiat in testa per questo). Opportunisti che hanno succhiato da uno Stato generoso tutto quello che c'era da succhiare e ora, che sarebbe il momento della riconoscenza, vanno altrove e se li intervisti dicono che è per salvare le loro aziende.

Conseguentemente Monti sta studiando una riforma del lavoro che non potrà portare altro che male agli operai, ai dipendenti. Monti la definisce una riforma che cercherà di sviluppare la flessibilità nel senso che il nuovo dipendente non deve restare legato ad una sola azienda per tutta la sua lunga vita lavorativa ma deve imparare più cose e quindi essere pronto per ricoprire ruoli anche presso altre aziende. Per noi flessibilità è sinonimo di "inchiappettata" (scusate il termine ma ne troviamo uno migliore per chiarire bene il nostro punto di vista). Inchiappettata ai danni degli operai per intenderci. Noi crediamo veramente che Monti genererà alla fine ( e vedrete che glielo consentiranno) un contratto dove il datore di lavoro avrà facoltà di prendere qualsiasi provvedimento (salvo le sberle e altre pene corporali) nei confronti del dipendente e sarà tutto legale.

L'art. 18 sparirà dallo Statuto dei Lavoratori. Saranno i lavoratori stessi che si schiereranno contro i sindacati tacciandoli di far loro perdere il posto. E' anche probabile che i sindacati perdano molto potere politico perché i lavoratori saranno restii a pagare loro anche soltanto 10 Euro al mese.

Se osservate i cambiamenti che ci sono stati nel Paese, esso assomiglia più a uno stato di polizia che a uno Stato di Diritto (quale ancora è). I provvedimenti che sono stati presi contro gli statali e i pensionati con il blocco degli stipendi e delle pensioni, per esempio, sono in chiaro contrasto con la Costituzione. Anche perché nel momento in cui lo Stato ha bloccato stipendi e pensioni, ha alzato le tasse (accise sulla benzina, canon tv, IVA ad esempio) e reinstituito l'ICI anche se sotto forma di IMU. Ma sono solo alcune delle tasse imposte alla gente ultimamente.

Andiamo contro un periodo che vedrà il ritorno dell'imprenditoria italiana solo a condizione che in Italia chi investe soldi nell'Impresa possa liberamente decidere quanto pagare i lavoratori, possa concordare con loro i tempi e i modi di lavorare, senza l'assistenza e l'influsso dei sindacati. Se il Governo italiano non fornirà queste garanzie agli imprenditori, l'Italia perderà la sua caratteristica di paese industriale perché gli imprenditori porteranno altrove le loro imprese. E non dovranno spostarsi più di tanto essendoci Romania, Ungheria, Polonia, pronte ad allargare i loro siti industriali e ben felici di farlo.

Delle due l'una. O gli imprenditori avranno mano libera oppure dovremo tornare indietro a sviluppare agricoltura, pastorizia, pesca, turismo, servizi portuali e ovviamente aeroportuali e autostrade per consentire il forte afflusso di turisti che, con prezzi necessariamente più bassi rispetto ad altri paesi, attireremo dall'estero.

Si capisce bene che con queste premesse anche Francia, Germania e Spagna sono minacciate dalla fuga degli imprenditori. Che dovendo vendere il loro prodotto a un mercato sempre più povero, dovranno necessariamente investire dove la mano d'opera costa meno.

Ligure

 

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